Il disegno creativo alla base della soluzione dei problemi

Scritto da: Antonio De Bellis

Design Thinking - Stanford UniversityAmmetto che da quando lo scorso marzo ho iniziato ad interagire con il mondo dei mooc non riesco più a farne a meno. La possibilità di partecipare alle lezioni offerte dalle migliori università al mondo non ha prezzo. Se a questo si aggiunge l’opportunità di sperimentare in prima persona una modalità didattica innovativa che sarà il futuro della formazione, l’interazione con studenti sparsi in tutto il mondo, gli stimoli infiniti che vengono dai forum tematici, la sfida contro il tempo e gli impegni lavorativi (e non) per star dietro agli assignment settimanali, si può capire l’eccitazione e l’entusiasmo che mi accompagnano ogni volta che  inizio una nuova avventura.

Due settimane fa è partito il corso in Design Thinking organizzato dalla Stanford University che ha l’obiettivo di insegnare un metodo per risolvere creativamente i problemi. L’approccio è molto interessante perchè prevede 5 step:

  1. Empatizzare: capire a fondo le necessità di chi manifesta un problema;
  2. Definire: riformulare i problemi e inquandrarli come opportunità, in modo da avere maggior terreno fertile per soluzioni creative
  3. Ideare: generare un ampio raggio di soluzioni creative
  4. Prototipare: comunicare gli elementi chiave delle soluzioni ad un campione di utenti
  5. Testare: capire cosa funziona e cosa no per migliorare le soluzioni

Molta attenzione viene riservata alla fase di partenza che prevede una o più interviste agli stakeholder, coloro che sono interessati alla soluzione di un determinato problema. Le interviste hanno lo scopo di costruire la Empathy Map che è la visualizzazione del lavoro di acquisizione delle informazioni mettendosi nei panni dei “clienti”: come descrivono il problema? che effetto questo ha su di loro? cosa realmente li preoccupa? che opportunità loro intravedono? quali supposizioni può fare chi li intervista?Empathy Map

Organizzando le informazioni seguendo lo schema suggerito dalla mappa, si ottiene un quadro sufficientemente esaustivo di come la situazione è vissuta dal cliente unito alle valutazioni che man mano vengono in mente all’intervistatore che spiegano alcuni comportamenti, abbozzano possibili soluzioni, delineano percorsi successivi di approfondimento.

L’esercizio si completa creando il problem statement, un enunciato che definisce gli stakeholder in termini più specifici, identifica il problema con verbi (e non con nomi) che hanno il vantaggio di tenere aperte molte più porte di quelle individuabili con l’uso di sostantivi che possono avere già in sè un indirizzo di soluzione.

Il corso di Stanford introduce due novità rispetto agli altri corsi mooc nella modalità di interazione:

  1. tutte le esercitazioni sono rigorosamente individuali ma hanno una valutazione collettiva, sono cioè gli studenti che valutano i lavori tra loro dopo aver appreso un metodo insegnato dagli organizzatori. Questo metodo si apprende con l’esperienza: si valutano alcun casi seguendo le regole condivise e poi si confrontano le proprie valutazioni con quelle degli insegnanti sugli stessi casi;
  2. tutti gli studenti sono invitati a costruire gruppi di auto-aiuto in cui ognuno lavora autonomamente sul proprio progetto ma può beneficiare del supporto degli altri membri del gruppo di cui fa parte prima di sottoporre il proprio lavoro alle valutazioni collettive. Questo crea un ambiente ancora più stimolante perchè si è portati a trovare soluzioni non solo ai propri problemi ma anche a quelli degli altri.
    Questo digital coworking a distanza viene facilitato dall’uso di strumenti di presentazione aperti alla condivisone come prezi, muraly e stormboard.

Nel mio esercizio individuale ho creato una empathy map su un intervista ad un lavoratore che è stato estromesso da un’azienda che ha fatto tagli al personale. A 55 anni il suo problema è quello di ricostruire e reinventarsi una vita professionale. Qui di seguito la mappa.


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